Tasse aeroportuali: ennesimo spot del governo

Tasse aeroportuali

Se il buon giorno si vede dal mattino quello che abbiamo visto oggi, in occasione dell’ennesima fiducia del Governo sul decreto legge Enti Locali, per l’intero settore del trasporto aereo è una brutta giornata. Mi riferisco all’articolo aggiuntivo sulla “riduzione dell’addizionale comunale sui diritti di imbarco per il 2016” che oso definire come l’ennesima presa i giro.

L’art. 13 ter, inserito di soppiatto dal Governo, prevede la sospensione per soli 4 mesi dell’addizionale comunale sui diritti di imbarco ed esclusivamente per la quota di aumento di 2,50 euro disposto dall’ex Governo Letta nel “Destinazione Italia” per prorogare il finanziamento del Fondo Speciale del Trasporto Aereo. Tutti hanno applaudito, anche le opposizioni, a questa norma truffa presentata come necessaria per il rilancio del settore del trasporto aereo nel nostro paese. Assolutamente falso! Innanzitutto la tassa di imbarco non scompare perché comunque gli italiani sono costretti a pagarla per l’importo residuo pari a 6,50€ (7,50€ a Roma). Poi perché chi prende un aereo non si spaventa certo per un sovra prezzo di 2,50€ sul prezzo del biglietto. La verità è che il Governo ha voluto fare un’operazione spot per accontentare le compagnie low cost che viceversa puntano ad altro! Ossia a demolire le nuove regole di trasparenza che i Gestori Aeroportuali devono ora rispettare per l’assegnazione degli incentivi ai vettori. Questa è la vera posta in gioco su cui puntano le compagnie aeree low cost per continuare a percepire indisturbati contributi pubblici per l’offerta di servizi di collegamento aereo. Su questo saremo estremamente vigili.

Direte voi: comunque è una riduzione del costo del biglietto aereo. Allora vi chiedo: che senso ha una riduzione limitata agli ultimi quattro mesi del 2016 e in particolar modo dopo la stagione estiva quando il grosso delle prenotazioni aeree sono già state effettuate? O lo si sopprime del tutto oppure è inutile sospenderlo per soli quattro mesi ed è quello che ho chiesto io nel mio odg.

Un’altra ipocrisia è continuare a chiamare “addizionale comunale” una imposta nazionale impiegata per gli usi più eterogenei. Facciamoci due conti. Dei 10 euro di tassa che ad esempio un cittadino di Roma paga per volare (nel resto del Paese l’addizionale è di 9 euro): 2,50€ vanno a finanziare il Fondo Speciale del trasporto Aereo (la quota che per 4 mesi verrà sospesa); cinque euro vanno a finanziare l’Inps; un euro va a ripianare il debito della Capitale; 50 centesimi vanno per sostenere i servizi antincendio negli aeroporti e, infine, solo un euro di questa tassa va per il 60% al Ministero dell’Intero per i servizi di sicurezza interna agli aeroporti e solo per il 40 per cento ai Comuni aeroportuali e questo per la quota eccedente i 30 milioni di euro annui assegnati ad Enav a rimborso dei costi sostenuti per garantire i propri servizi. Pertanto la percentuale del 40 % su quel misero euro si abbassa ulteriormente.

Ebbene! I Comuni aeroportuali sono anni che non vedono un euro di questi soldi. Parliamo di quasi 100 milioni di arretrati non percepiti al punto da arrivare a minacciare il Governo di azioni legali. Voglio ricordare che i Comuni italiani aeroportuali sono quelli che patiscono i maggiori disagi in termini di impatto ambientale, acustico e di sicurezza urbana nell’avere sul proprio territorio un aeroporto. Pertanto non solo hanno diritto ad essere regolarmente rimborsati nei termini previsti ma per i costi sostenuti in virtù della presenza di un aeroporto va previsto anche un aumento della percentuale di addizionale loro spettante.

Per sostenere questo oggi ho presentato un question time in Commissione Trasporti della Camera dei Deputati, per chiedere appunto al Governo in che modo si sta adoperando “per la messa in atto di un intervento normativo che consenta una riduzione dell’addizionale comunale” e per rispondere alla diffida ad adempiere pervenuta dall’associazione nazionale dei comuni aeroportuali in merito alle somme loro spettanti ma mai ricevute.

Questa la non risposta del Governo. I Comuni aeroportuali non sono stati nemmeno citati! Eppure ipocritamente si continua a chiamare questa imposta nazionale “addizionale comunale per i diritti d’imbarco”. Non ho parole!

Ferrovia Alba-Asti: la non risposta del governo al mio Question Time

Oggi, dopo numerosi solleciti, finalmente il Governo, nella persona del Sottosegretario delegato Umberto Del Basso De Caro, è venuto a rispondere ad una mia interrogazione in merito alla riattivazione della storica linea ferroviaria Asti Alba. La mia domanda molto semplice era rivolta a capire quali iniziative il Governo intendesse intraprendere per sostenere la regione Piemonte nell’immediata riattivazione della linea ferroviaria Asti-Alba e delle altre insistenti nel perimetro dei Paesaggi vitivinicoli del Piemonte delle Langhe-Roero e Monferrato, patrimonio mondiale Unesco, quali l’altrettanto storica e strategica linea ferroviaria Alessandria- Nizza Monferrato – Castagnole delle Lanze – Alba.

Più chiaro di così si muore: il Governo intende intraprendere delle iniziative per la riapertura di queste linee. Se si! Quali?

Ebbene! Avete tutti modo di leggere la risposta del Governo qui. Il Sottosegretario è venuto a dirci che l’acqua se riscaldata diventa calda ossia che “il ripristino della linea comporterebbe l’assunzione dell’onere da parte dello Stato delle risorse per la realizzazione delle opere infrastrutturali e per la loro successiva manutenzione, sia ordinaria che straordinaria, da trasferire al gestore attraverso gli strumenti dei Contratti di Programma.” Insomma: la scoperta dell’acqua calda. Invece di dirci cosa intendesse fare per la valorizzazione di una importante linea ferroviaria che attraversa siti patrimonio dell’umanità è venuto a raccontarci lo stato in cui versa la ferrovia, ormai dal 2010 in totale stato di abbandono, e quali interventi infrastrutturali occorrono per il ripristino della galleria Ghersi. Tutte cose note e stranote.

La mia risposta a questa ennesima presa in giro non è mancata. Ho ricordato al sottosegretario che il Governo deve dimostrare con i fatti la volontà di sostenere il trasporto ferroviario che è la modalità di trasporto più efficiente, meno inquinante, più sicura e col minore impatto sul territorio esistente. Invece noi assistiamo da anni a politiche della mobilità tutte incentrate sul trasporto su gomma che rappresenta la più inquinante, energivora e pericolosa modalità di trasporto esistente. Non si riescono a trovare 12 milioni di euro per rendere agibile la galleria Ghersi  quando si pagano milioni di euro per acquistare quote di CO2 da altri Paesi per regolarizzare la nostra posizione in merito ai livelli di emissione consentiti dal protocollo di Kyoto che proprio incentivando il trasporto ferroviario potremmo evitare di pagare. Per non parlare dei miliardi di euro che il Governo spende in progetti faraonici e di inutili, come l’Alta Velocità del Terzo Valico considerata inutile dalle stesse ferrovie dello Stato, mentre si lasciano morire linee ferroviarie storiche e strategiche quali la Asti Alba, la Alessandria- Nizza Monferrato e la Castagnole delle Lanze – Alba che mettono in collegamento paesaggi unici che ci invidiano in tutto il mondo e le cui riattivazioni rappresenterebbero un importante volano economico per questi territori segnati duramente dalla crisi.

Per tutte queste ragioni non potevo essere assolutamente soddisfatto della risposta del Governo che prima va a casa meglio è per tutti.

Riapriamo la ferrovia Asti-Alba

Oggi insieme ad Ivano Martinetti, capogruppo del M5S di Alba, ho presentato alla stampa locale la risoluzione da me depositata alla Camera dei Deputati per chiedere il ripristino del collegamento ferroviario tra Alba ed Asti.
L’utilità per studenti e lavoratori pendolari è indubbia, lo dimostrano i dati di traffico quando la linea era ancora operativa al 100%.
È assurdo che non ci sia un collegamento con mezzi pubblici adeguati, visto che Asti ed Alba condividono sempre più servizi essenziali quali ad esempio l’ospedale e il tribunale.  Inoltre questa tratta potrebbe essere un comodo servizio per i turisti, sempre più numerosi in seguito al riconoscimento delle colline del vino di Langhe­, Roero e Monferrato quali patrimonio mondiale dell’umanità da parte dell’Unesco quindi si aprirebbero anche interessanti scenari per lo sviluppo di treni panoramici.
Tra l’altro voglio ricordare che nella presentazione della candidatura all’Unesco, era indicato con chiarezza, la presenza di una articolata linea ferroviaria in grado di agevolare la mobilità di residenti e turisti.

Purtroppo invece, si sente parlare di assurde ed irrealizzabili proposte, come quella per la conversione in pista ciclabile, proposta che arriva tra l’altro da un area politica da sempre molto disattenta a queste tematiche, cosa che ci fa venire il sospetto che sotto alla riconversione della ferrovia, in realtà si nasconda qualche altro interesse!

La linea è ancora armata e in buono stato di conservazione e facilmente riattivatile, per questo chiediamo di riaprire subito la tratta tra Asti e Neive, e di far partire  i lavori di ripristino della galleria del Ghersi  e tornare ad offrire il servizio fino ad Alba.
Per questi motivi ho presentato una risoluzione in IX commissione alla Camera, che chiede di finanziare i lavori straordinari per il completo ripristino di tutta la linea.

A latere ho incontrato il sindaco di Alba, Maurizio Alfredo Marello che si è dimostrato molto disponibile e interessato a questa tematica  in quanto è considerata una priorità per molti Albesi residenti e un comodo servizio per i sempre più numerosi turisti.

P.S.
Ovviamente non siamo contrari a una pista ciclabile, ma esistono già valide alternative lungo il fiume Tanaro.

Paolo Romano ferrovia Asti Alba
da sinistra: Paolo Romano, Maurizio Marello, Ivano Martinetti

 

 

 

Alessandria: falda acquifera a rischio

Paolo Romano manifestazione acqua Alessandria
La più grande falda acquifera della Provincia di Alessandria è messa in pericolo dal progetto di una discarica di rifiuti industriali a Sezzadio e dalla lavorazione di rifiuti tossico-nocivi a Predosa. Il rischio enorme di inquinamento per le falde acquifere profonde, deriva dalla presenza di migliaia di pozzi, costruiti nel secolo scorso, con una tecnica di perforazione ora non più ammessa, che consentiva alla falda superficiale di “comunicare” con le falde sottostanti. Questo chiaramente è causa di contaminazione delle falde profonde, dalle quali si attinge per bere e irrigare. Molti di questi pozzi oggi non vengono nemmeno più utilizzati, però secondo le stime degli operatori del settore, solo nella provincia di Alessandria sono presenti dai 3 ai 4mila di questi pozzi, arrivando fino a 100mila nell’intera pianura padana.

La Regione Piemonte, con il Piano di Tutela delle Acque stabilisce che: “Le attività di ricondizionamento o chiusura dei pozzi che consentono la comunicazione tra la falda freatica e le sottostanti falde profonde siano completate entro il 31 dicembre 2016, con riferimento all’intero territorio regionale”. Purtroppo però, la grande maggioranza di questi pozzi, non è mai stata denunciata e non esiste un censimento esaustivo. Nella sola Provincia di Alessandria ne sono stati censiti appena 700 e meno di cinquanta sembra siano stati ricondizionati.

Tale fallimento è dovuto al fatto che l’operazione di ricondizionamento ha un costo che si aggira da un minimo di 10mila euro a più di 30mila euro a pozzo. Siccome la stragrande maggioranza di questi pozzi sono di piccoli e medi agricoltori, oppure di industrie che non esistono più perché fallite, è facile capire perché molti non si sono adeguati, semplicemente perché non hanno le risorse necessarie per fare questi lavori. Per questo motivo, se vogliamo davvero salvaguardare le falde acquifere, lo Stato dovrebbe accollarsi tali oneri. Anche se si tratta di un costo di diversi miliardi di euro, rientra nelle attività di bonifica che servirebbero a riqualificare la sicurezza ambientale del nostro devastato territorio. Parliamo di salvaguardare le falde acquifere da dove attingiamo per bere e per irrigare i nostri prodotti dell’agroalimentare. Non si scherza su questo! Invece lo Stato che fa? Butta miliardi di euro in investimenti, quale il terzo valico, che paradossalmente aumenta i rischi di disastro ambientale nel nostro Paese.

Per un quadro della situazione più chiaro, posto in ordine cronologico alcuni articoli sulla questione:
http://www.alessandrianews.it/alessandria/cave-falde-acquifere-questione-che-riguarda-tutta-provincia-134109.html [01.06.2016]

http://www.alessandrianews.it/alessandria/doppio-presidio-comitati-falda-rischio-predosa-sezzadio-126951.html [23.02.2016]

http://notavterzovalico.info/2016/02/18/martedi-23-febbraio-presidio-ad-alessandria-per-salvare-la-falda-di-sezzadio/ [18.02.2016]

http://www.inchiostrofresco.it/blog/2015/05/19/le-falde-acquifere-occhio-non-vede/ [19.05.2015]

http://mag.corriereal.info/wordpress/2015/03/06/interrare-rifiuti-e-farla-franca-grazie-alla-lentezza-dellacqua-di-falda-e-alla-prescrizione-parte-un-ciclo-di-incontri-di-medicina-democratica/ [06.03.2015]

Enav: Governo come i grandi evasori con la controllata in Delaware

È scandaloso che il governo, attraverso una sua partecipata, favorisca operazioni industriali opache, da cui scaturiscono messaggi poco edificanti sul fronte della lotta alla grande evasione internazionale.

Il M5S lo denuncia da mesi e ieri, ho incalzato Roberta Neri, A.D. di Enav, in audizione a Montecitorio sulla creazione di Enav North Atlantic Llc, una controllata con sede nel paradiso fiscale Usa del Delaware.

Non abbiamo avuto risposte esaurienti, al di là di ciò che si legge sui giornali, sulla missione di questa nuova società. Né sugli amministratori e nemmeno su eventuali azionisti che potrebbero subentrare accanto a Enav.

Per quanto riguarda l’Ipo e la parziale privatizzazione da circa un miliardo, è ovvio che noi siamo contrari a dismissioni che hanno benefici nulli per il debito. Peraltro anche i nostri apparati di sicurezza si sono schierati in senso negativo.
Si svende una società in salute, con ottimi margini, che fa utili e che gira lauti dividendi allo Stato. Tutto il contrario di ciò che una sana politica industriale dovrebbe fare sulle partecipazioni pubbliche.

Paolo Romano, Paolo Nicolò Romano, M5S,

Il microcredito che funziona

Oggi sono stato invitato a Cinzano (CN), per l’inaugurazione della lavanderia self “Magiche bolle”, questa nuova attività è stata aperta anche grazie ad un finanziamento, ottenuto sfruttando il fondo di garanzia delle piccole e medie imprese, dove i miei colleghi del M5S ed io, stiamo versando le eccedenze dei nostri stipendi.

Come si può vedere dalla testimonianza nel video della titolare Angela Maria Lucenti, questo strumento sta funzionando bene, andando ad agire direttamente a beneficio dell’economia reale.

inaugurazione lavanderia microcredito

Telecom Italia: lo scorporo della rete strada da sostenere

Scorporo rete Telecom M5S Paolo RomanoDalla stampa apprendiamo che il nuovo management di Telecom Italia a guida Cattaneo starebbe valutando seriamente l’ipotesi di
uno scorporo dell’infrastruttura di rete. Si tratterebbe di una sorta di revival di un analogo progetto promosso da Franco Bernabé che però gli costò le sue laute dimissioni per la contrarietà di Telefonica, la compagnia telefonica spagnola, che, assurdo solo pensarlo, era azionista di riferimento di Telecom Italia ma anche il suo principale antagonista nei mercati emergenti del sud America. Tutti ricordano come andò a finire. La proposta di Bernabè di scorporo della rete telecom, attraverso la costituzione di una newco dove sarebbe entrata anche la Cassa Depositi e Prestiti, venne bocciata dagli iberici che all’opposto puntarono dritti alla vendita di Telecom Argentina e Tim Brasil.

Adesso la stessa idea torna in auge con la nuova gestione Cattaneo, perché ormai Telecom Italia sa perfettamente che solo una “ri-scossa” potrà salvarla dall’ingresso nel mercato della fibra di un colosso come Enel che ha già una sua infrastruttura di rete fortemente radicata sul territorio nazionale.
O la va, o la spacca” avranno pensato gli attuali vertici di Telecom Italia. Pertanto, l’unico modo per aumentare gli investimenti nella banda larga è separare l’infrastruttura dai servizi così da liberarsi dai lacci regolatori che impongono i canoni di unbundling (per intenderci: l’affitto della rete agli altri operatori oggi fissata dall’Authority delle comunicazioni) in modo da determinarli con più autonomia tenendo conto dei livelli di investimento che a questo punto conviene aumentare il più possibile per conseguire il doppio obiettivo di tagliare la strada ad Enel in molte aree del Paese ed aumentare le tariffe d’affitto per tutti gli operatori.

Insomma: crediamo che quello dello scorporo rappresenti la soluzione migliore per una grande azienda come Telecom Italia anche a fronte delle forti preoccupazioni sul rischio di una svalutazione della rete con conseguente riduzione dei livelli occupazionali che, se fossero confermate le voci degli oltre 15 mila esuberi, rappresenterebbero un vero colpo per l’intero Paese.

Come M5S chiediamo, come abbiamo tra l’altro più volte fatto anche facendo calendarizzare una Mozione parlamentare, che il Governo si attivi per favorire la nascita di un’unica infrastruttura di rete gestita da un’unica Società con un’unica governance a maggioranza pubblica contro l’attuale frammentazione.

Non è tollerabile, infatti, che l’Italia, nazione caratterizzata da un grave digital divide esterno ed interno, veda sovrapporsi piani di investimento fra i due gruppi, come già sta avvenendo a Perugia e Milano, senza nessun coordinamento tra di loro anzi! Facendosi apertamente la guerra nelle aree più remunerative mentre il resto del Paese è completamente abbandonato.

Mentre attendiamo maggiori ragguagli sulle reali intenzioni di Telecom Italia in merito allo scorporo della sua rete, il Governo si attivi immediatamente per favorire la massima sinergia fra i due gruppi, istituendo una cabina di regia presso il MISE utile ad impedire la sovrapposizione degli investimenti tra le due società così da impedire una inutile duplicazione di costi e sperpero di risorse. Solo in questo modo il Governo potrà svolgere un ruolo attivo e neutrale in un settore come le tlc che ha un forte bisogno di investimenti e allo stesso tempo di salvaguardare l’occupazione e il patrimonio di competenze in particolare di Telecom Italia che rappresenta per il suo know-how ancora un’azienda fondamentale per il Paese.

Due strade per internet


In questi giorni di gran fermento per il settore delle telecomunicazioni, sia italiano che internazionale, si è parlato molto, oltre che dei mega bonus concessi al nuovo amministratore delegato di Telecom Italia Flavio Cattaneo, anche della partita per la conquista di Metroweb, società controllata da Cassa Depositi e Prestiti, che gestisce la rete in fibra in grandi città come Milano. Fino a ieri Metroweb era contesa tra Enel open fiber e Telecom Italia. Quest’ultima però ne è uscita sconfitta in quanto CDP ha preferito l’offerta di Enel, seppur inferiore.Per certi versi condivido questa scelta perché, se Metroweb fosse finita nelle mani di Telecom Italia, si sarebbe ripristinato di fatto il monopolio. Per altri versi, invece, questa scelta mi desta non poche preoccupazioni riguardo le possibili ricadute occupazionali. Telecom, infatti, ha già annunciato probabili esuberi. Spero che si tratti solo di annunci messi in circolazione da Telecom a scopo “ricattatorio” nei confronti del governo che sta apertamente spalleggiando Enel.

L’Italia, da nord a sud, è costellata di comuni con problemi di accesso ad internet ad una velocità decente. Portare in tutte le zone d’Italia una connessione ad internet degna di un paese che vuole essere al passo coi tempi, garantirebbe ampio lavoro sia per Telecom, sia per Enel. Ma le due società, invece di pianificare la copertura della rete sul territorio italiano, dividendosi le zone in cui lavorare, hanno iniziato a farsi la guerra contendendosi il podio della rete più veloce in quelle città dove già esiste una rete veloce.

Di conseguenza, proprio osservando come si stanno comportando le due società e anche l’atteggiamento del nostro governo, torno a ribadire che le nostre proposte in merito rimangono a tutt’oggi giuste. Oserei dire, anzi, che sono l’unica soluzione di buon senso: la mappatura di tutte le reti e dei cavidotti esistenti, imprescindibile se si vuol evitare sovrapposizioni, lavori e spese inutili, e la necessità di una società pubblica che controlli l’infrastruttura di rete e indirizzi gli investimenti nelle cosiddette aree “a fallimento di mercato”. Queste proposte eviterebbero nel futuro di perpetuare squilibri, ovvero di avere città come Milano dove il cittadino può scegliere tra molti operatori che si appoggiano a diverse reti, con velocità fino al gigabit al secondo, e piccoli comuni o periferie, che si trovano del tutto scoperte o con connessioni ridicole al di sotto del megabit/s.

Teleriscaldamento ad Asti: una pessima idea!

L’ impianto di Teleriscaldamento nel cortile dell’Ospedale di Asti.
Venerdì 29 Aprile una delegazione del Movimento 5 Stelle alla Conferenza dei Servizi.
Il Senatore Carlo Martelli, i Deputati Ivan Della Valle, Davide Crippa e Paolo Romano e il Consigliere Regionale Paolo Mighetti saranno ad Asti Venerdì 29 Aprile ore 10 presso la Provincia di Asti per la Conferenza dei Servizi decisoria sul progetto di Teleriscaldamento.
Tra i nodi più intricati da sciogliere, la collocazione degli edifici che ospiteranno caldaie e motori per la produzione di calore e saranno sormontati da quattro ciminiere alte 35 metri nell’area a ridosso del Cardinal Massaia e il conseguente cambio di destinazione d’uso della stessa.
Per i rappresentanti del Movimento 5 Stelle, un’ubicazione sciagurata, che fa a pugni con il concetto di salute e di luogo di ricovero e cura.
Eppure, durante la Conferenza dei Servizi del 15 Aprile scorso, il funzionario istruttore della Regione Piemonte (Settore Copianificazione Urbanistica) ha espresso parere favorevole sotto l’aspetto ambientale e urbanistico.
I tecnici dell’Arpa hanno invece giudicato “non motivata” la proposta di modifica al piano regolatore. Infatti l’impianto, per stessa ammissione del proponente AEC S.p.A, avrà “caratteristiche industriali” e dovrebbe dunque collocarsi in aree a destinazione d’uso produttivo/artigianale e non a pochi passi da ospedale, scuole, residenze private e aree verdi.
I parlamentari e il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle assisteranno ai lavori della Conferenza dei Servizi per seguire da vicino anche l’evolversi di un’altra questione spinosa, quella delle evidenze tecniche che qualificano il progetto di teleriscaldamento astigiano come “non efficiente”, a causa delle dispersioni di energia lungo i 30 km di rete dimostrati negli elaborati di progetto e riconosciuti dallo stesso proponente.
Gli stessi valuteranno poi, laddove dovesse passare il concetto di Ospedale compatibile con pertinenze di tipo “industriale” e ciò venisse validato durante la Conferenza dei Servizi, tutte le iniziative necessarie ad impedire che tale opera abbia a realizzarsi.

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Renzi, fa’ qualcosa di sinistra!

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Ieri, dopo l’ennesimo enorme regalo alle banche e scempio della Costituzione, ci siamo attivati con gli strumenti a nostra disposizione per far sentire la nostra voce nel silenzio tombale dei media. Ancora una volta siamo stati additati come irresponsabili, irriguardosi e “professionisti del terrore” (cit). Addirittura alcuni esponenti del PD sono arrivati ad accusarci di inscenare “inutili pagliacciate”. Mi chiedo se questi deputati abbiano espresso la stessa accusa all’iniziativa di una ventina di senatori del PD che, esattamente una settimana fa, il 16 marzo scorso, hanno sottoscritto una lettera indirizzata ai Presidenti delle due Camere, al Presidente del Consiglio e al Ministro Maria Elena Boschi per chiedere a gran voce una completa revisione del decreto legge Banche, approvato a colpi di fiducia ieri alla Camera. Ebbene! Leggete attentamente cosa hanno scritto non i soliti grillini incazzati, ma autorevoli senatori del PD come Mucchetti e Casson contro l’ennesimo provvedimento del Governo a favore delle banche:
“I sottoscritti senatori ritengono che il disegno di legge sulle banche debba essere modificato in più punti, in particolare negli articoli che riformano il credito cooperativo.” Di quali modifiche parlano i senatori del Partito Democratico? La più importante è quella di scongiurare: “… la trasformazione della Banche di Credito Cooperativo in società per azione. In tal modo si darebbe ai soci attuali il pieno possesso di riserve che costituiscono in media il 90% del patrimonio delle Banche di credito cooperativo e che sono state accumulate dalle precedenti generazioni in esenzione d’imposta per la precisa finalità di esercitare lo scambio mutualistico nell’attività creditizia.” Inoltre continuano sostenendo che: “Nemmeno la scissione dell’azienda bancaria e il suo conferimento a una spa vanno bene. La cooperativa di credito cesserebbe di essere tale; non si capisce come eserciterebbe lo scambio mutualistico, posto che l’attività bancaria passerebbe alla spa”.

Il testo integrale della lettera la trovate qui

Ricordiamoci bene questo: le critiche al decreto legge banche, con esplicite richieste di modifica, vengono da esponenti della stessa maggioranza. Mi chiedo: cosa farà il Governo al Senato? Metterà nuovamente la sordina al dibattito con un altro voto di fiducia? Chiederà nuovamente a Verdini di tappare i buchi di chi non si presenterà alla votazione di un provvedimento che nemmeno Silvio Berlusconi avrebbe mai avuto il coraggio di presentare?

Voglio ricordare a tutti che le Banche di Credito Cooperativo, le cosiddette Casse Rurali, sono nate nell’ottocento per far sì che il maggior numero possibile di persone, economicamente vulnerabili, ottenessero prestiti a condizioni più vantaggiose rispetto a quelle praticate dalle banche tradizionali. Sono Casse nate soprattutto per gli agricoltori e gli artigiani, categorie prevalenti all’epoca e particolarmente fragili, per aiutarli ad affrancarsi dalla miseria e dal fenomeno diffuso dell’usura. Da allora, le Casse Rurali ed Artigiane hanno mantenuto uno strettissimo rapporto con il territorio di riferimento, intrecciando la propria storia con quella delle comunità, tanto da conquistarsi a pieno titolo l’appellativo di “banche territoriali”. Cosa succederà ora? Che una storia pluricentenaria sta per essere distrutta dalla volontà del Governo di imporre la trasformazione delle casse rurali in società per azioni e tutto questo avviene, tra l’altro, in aperto contrasto con l’art. 45 della nostra Costituzione. Tale articolo stabilisce che: “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità.”

Insomma, tutta questa vicenda mi ha fatto venire in mente un celebre passaggio di un film di Nanni Moretti quando contro D’Alema urlò: “D’Alema, di’ qualcosa di sinistra!”. Mi viene da urlare: “Renzi, fa’ qualcosa di sinistra!” “Almeno una cosa di sinistra falla! Ritira questo obbrobrio di legge!”